La competitività del Mezzogiorno e del Paese. Uno studio

Pubblichiamo parte dello Studio sulla competitività del Mezzogiorno e del Paese realizzato dalla Consulta economica della FIOM-CGIL coordinata dall’economista prof. Riccardo Realfonzo.

1.Introduzione

Questo contributo illustra la posizione della Consulta economica della FIOM-CGIL sul tema del deficit di competitività del Mezzogiorno e del Paese, e sulla conseguente necessità di una nuova stagione di politiche industriali…
Nell’analisi daremo meno rilievo agli aspetti congiunturali, di breve periodo, per concentrarci prevalentemente sul medio periodo, tenendo come riferimento lo scoppio della crisi verificatosi tra fine 2007 e inizio 2008.

2. Ancora lontani dal 2007

Con riferimento alla crisi che ha sconvolto le economie occidentali ormai dieci anni or sono, il quadro italiano si presenta fortemente negativo, considerato che a fine 2017 l’Italia si trova a realizzare un valore del PIL in termini reali inferiore di ben 5,5 punti percentuali rispetto al 2007. All’interno di questa condizione complessiva, vi è poi una realtà meridionale ancora più grave, con la conseguenza che il divario tra Mezzogiorno e Centro-Nord si è ulteriormente approfondito. Infatti, mentre il valore della produzione di beni e servizi del Centro-Nord è inferiore del 4,2% rispetto al 2007, il Mezzogiorno si colloca ben 9,8 punti percentuali più in basso rispetto ad allora. Un divario che si appesantirà ulteriormente al termine del 2018, perché i diversi uffici studi prevedono concordemente per l’anno in corso una crescita italiana molto modesta, forse appena superiore al punto percentuale, trainata principalmente dal Centro-Nord e con valori particolarmente contenuti per il Mezzogiorno. La componente di maggior peso nell’alimentare l’asfittica domanda aggregata 2018 dovrebbe essere costituita dai consumi totali interni, ed è anche da sottolineare che le stime prevedono una dinamica lievemente positiva dei consumi della pubblica amministrazione solo nel Centro-Nord e negativa nel Mezzogiorno.

3. I processi di divergenza in Europa

Passando al quadro europeo ci rendiamo conto che il dualismo tra aree centrali più sviluppate e aree periferiche che crescono meno non è più un fenomeno solo italiano. I dati relativi all’insieme dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) mostrano che l’insieme di questi Paesi non ha ancora recuperato rispetto alla crisi, mentre c’è una parte di Europa che cresce. Guardando dalle due principali economie dell’eurozona, si osserva che tra il 2007 e i 2017 la Germania è cresciuta addirittura del 12,3% e la Francia dell’8,6%. Il complesso dei PIIGS ha visto ridursi il pil dell’1%. Questa semplice osservazione conferma la presenza di impetuosi processi di divergenza in Europa.
Si presenta dunque il quadro di un’Europa a due velocità, e ciò risulta vero anche sul piano occupazionale. L’Italia, infatti, in questo decennio ha registrato una riduzione dell’occupazione complessiva che ha riguardato soprattutto il Mezzogiorno. Mentre, infatti, nel Centro-Nord il numero di occupati si è ridotto nel periodo 2007-2017 dello 0,8%, la perdita occupazionale al Mezzogiorno è stata pari al 5% (dati OCSE). Nello stesso periodo, il numero degli occupati si è ridotto del 5,1% nel complesso dei PIIGS, mentre è cresciuto del 3% in Francia e addirittura del 9,7% in Germania (dati OCSE).

4.La Mezzogiornificazione europea

La grave condizione di difficoltà italiana e di altri Paesi e regioni periferiche di Europa conferma il fallimento delle aspettative generate dal carattere specifico assunto dal processo di unificazione monetaria realizzato in Europa. In particolare, si è dimostrata del tutto erronea su scala continentale la tesi degli economisti liberisti che accompagnò ottimisticamente l’unificazione monetaria. I sostenitori più ottimisti dell’unificazione monetaria, e in primo luogo la stessa Commissione Europea, ancora oggi sostengono che l’unificazione monetaria è capace di innescare processi spontanei di convergenza (catching up) tra Mezzogiorni e centri di Europa. L’idea è che la sola introduzione della moneta unica – con la cancellazione dei costi e dei rischi di cambio e la liberalizzazione dei movimenti dei capitali e del lavoro – avrebbe reso più omogeneo lo sviluppo su scala continentale, favorendo investimenti e localizzazioni di imprese nelle aree meno sviluppate. Questo meccanismo riequilibratore dello sviluppo si fonderebbe sulla vecchia “legge” dei “vantaggi comparati”, secondo la quale le aree in ritardo di sviluppo godono di vantaggi rispetto alle aree congestionate centrali, a cominciare dai ridotti costi del lavoro, delle superfici in cui collocare le imprese e in generale dei servizi. In virtù di questi vantaggi, le aree periferiche avrebbero dovuto attrarre massicci investimenti, tali da aumentare l’integrazione produttivo-commerciale con le aree centrali e mettere in moto una crescita più veloce di quella registrata nei centri più sviluppati, attivando così i processi di convergenza.
Tuttavia, i dati dimostrano che questi processi di convergenza spontanei, guidati dal mercato, non si sono messi in moto, se non parzialmente e sporadicamente, e in questi anni si è acuita la divergenza tra aree sviluppate, caratterizzate dall’insediamento di grandi imprese tecnologicamente avanzate e che accumulano avanzi crescenti della bilancia commerciale, e aree arretrate, caratterizzate dalla presenza di piccole-medie imprese con tecnologie tradizionali e che registrano forti disavanzi della bilancia commerciale. Insomma, come previsto dall’ampia letteratura non liberista, che affonda le radici negli scritti di Gunnar Myrdal e John Maynard Keynes, e che assume la presenza di economie di specializzazione e agglomerazione in presenza di rendimenti crescenti, l’eliminazione delle barriere relative al cambio e ai movimento di lavoro e capitale hanno determinato l’opposto di ciò che aveva previsto la Commissione Europea: processi di centralizzazione dei capitali e concentrazione degli investimenti nelle aree centrali, con conseguenti dinamiche di desertificazione economica dei Mezzogiorni. Si tratta dei processi che la letteratura internazionale contemporanea ha definito di “mezzogiornificazione”, utilizzando l’espressione proposta dall’economista premio Nobel Paul Krugman.
Il quadro europeo ha naturalmente anche altri elementi di grande complessità. Basti pensare agli svantaggi che l’Italia ha soprattutto rispetto ad alcuni Paesi dell’est Europa, che praticano politiche di tassazione estremamente basse, allo scopo di attrarre investimenti. Si tratta di pratiche che mostrano tutta la carenza del quadro istituzionale dell’Unione Europea, in cui il dumping fiscale è all’ordine del giorno. Un altro elemento di complessità è dovuto alla compresenza nella Unione Europea di Paesi che hanno adottato l’euro e Paesi che hanno mantenuto la loro valuta e che praticano politiche di svalutazione della loro moneta rispetto all’euro, aumentando così artificiosamente, mediate un dumping del cambio, la loro competitività.
L’inadeguatezza del palinsesto macroeconomico europeo delineato dai Trattati è stata rimarcata dal “monito degli economisti”, pubblicato da noti economisti di vari Paesi nel 2013, sulle colonne del Financial Times. Secondo il “monito”, “occorre esser consapevoli che proseguendo con le politiche di austerità e affidando il riequilibrio alle sole riforme strutturali, il destino dell’euro sarà segnato: l’esperienza della moneta unica si esaurirà, con ripercussioni sulla tenuta del mercato unico europeo. In assenza di condizioni per una riforma del sistema finanziario e della politica monetaria e fiscale che dia vita a un piano di rilancio degli investimenti pubblici e privati, contrasti le sperequazioni tra i redditi e tra i territori e risollevi l’occupazione nelle periferie dell’Unione, ai decisori politici non resterà altro che una scelta cruciale tra modalità alternative di uscita dall’euro”.

Lo studio, completo anche dei grafici, è scaricabile dal sito della fiom-cgil.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: