JEFTA, affari ad ogni costo per pochi

Il JEFTA è stato ratificato, da pochi giorni, dal Parlamento Europeo con 474 voti favorevoli, 152 contrari e 40 astenuti.

Oltre 150 anni fa, il 25 agosto 1866, furono instaurate le prime relazioni diplomatiche tra Giappone e Italia con il Trattato di Amicizia e di Commercio, il cui anniversario è stato celebrato con grande entusiasmo nell’idea che sarebbe stato presto affiancato da un nuovo Trattato di Partenariato economico (EPA) per la liberalizzazione degli scambi tra Europa e Giappone, più brevemente identificato come JEFTA (Japan Europe Free Trade Agreement).
È passato oltre un secolo, ma da oltre 20 anni la retorica della politica italiana ed europea sul commercio internazionale ha continuato a puntare sempre sugli stessi argomenti: che cosa possiamo guadagnare dalla liberalizzazione degli scambi in questo o quel settore, più o meno vicino, più o meno strategico, con un’apertura dei mercati dovuta all’abbattimento di dazi e dogane in vigore? Poca attenzione, però, è stata ed è tuttora posta agli effetti a medio e lungo termine sul sistema Italia e sull’assetto democratico determinato dalle regole condivise. In tutti gli accordi commerciali di ultima generazione – JEFTA incluso – le Parti contraenti ottengono gran parte dei benefici economici proprio grazie alla selezione al ribasso di modi di produzione, distribuzione e consumo più compatibili con gli scambi e più economici per i produttori e gli esportatori, costi quel che costi, senza vincoli di qualità e di verifica.
Il punto è che il modo in cui questi trattati vengono elaborati – con testi legali riservati fino alla firma finale, e un accesso al negoziato da parte di Stati, Parlamenti e cittadini praticamente azzerato – e le scelte di filiera normativa che operano, vanno a impattare la capacità di Stati, Enti locali e regolatori rispetto alla protezione della nostra salute, dell’ambiente, la qualità del nostro cibo e della vita più in generale, in Europa come in Italia, comprimendone l’agibilità democratica. E non è moltiplicando i trattati bilaterali che si abbatte il protezionismo: anzi si creano protezionismi “faccia a faccia” che non fanno che moltiplicare le richieste alla WTO di verifica (e sanzione) su presunti trattamenti preferenziali garantiti ad altri Paesi o gruppi di Paesi a discapito di altri, incendiando le guerre commerciali incrociate.
Il JEFTA, sotto le pressioni delle categorie produttive, dei sindacati, dei consumatori, delle associazioni e dei movimenti di tutta Europa, è stato alleggerito per scelta della Commissione UE del meccanismo di composizione delle dispute tra Investitori e Stati (ISDS). Nella Relazione della Commissione Ue rispetto al “Contesto della proposta”, si legge infatti che “L’APE (Accordo di Partenariato Economico) non prevede norme per la protezione degli investimenti né per la risoluzione delle controversie in materia di protezione degli investimenti, poiché i negoziati su tali aspetti, ancora in corso, non avevano potuto essere ultimati al momento della conclusione di quelli sull’APE”. Entrambe le parti, però, spiega la Commissione, “hanno la ferma intenzione di concludere i negoziati sulla protezione degli investimenti il prima possibile, dato l’impegno condiviso a creare un ambiente stabile e sicuro per gli
investimenti all’interno dell’Unione e in Giappone”. “La protezione degli investimenti, (cioè l’ISDS) una volta raggiunta l’intesa, costituirà materia di un accordo bilaterale separato”, conclude la Commissione.
Una scelta, quella di posporre la chiusura del capitolo investimenti, che permette alla Commissione Europea di far approvare più speditamente l’accordo, senza la ratifica dei Parlamenti nazionali. Le controversie nel JEFTA (Art. 21) si risolvono con una procedura graduale che prevede delle consultazioni tra le parti, e in casi urgenti si devono espletare entro 25 giorni dalla richiesta. Se non funziona, si può procedere con una procedura di mediazione, che deve essere adottata dal Comitato misto. Se la consultazione si arena, una Parte può chiedere che si nomini un collegio arbitrale di tre arbitri per dirimere la controversia. Un doppione bello e buono del tribunale dell’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO). Gli arbitri, scelti con una procedura di selezione partecipata dalle Parti ma che non devono essere ad esse riconducibili, devono: valutare la controversia, anche con udienze pubbliche, e l’applicabilità delle disposizioni, stilando infine delle conclusioni che rimarranno riservate. Le decisioni del collegio sono definitive e vincolanti per le Parti, che le accettano senza riserve. Se una Parte non collabora, sono previste sanzioni a compensazione. Una struttura permanente, che necessita di ingenti spese di mantenimento, decide solo in virtù del trattato JEFTA e indebolisce la garanzia multilaterale del diritto commerciale, rappresentata, con tutti i suoi limiti di agibilità e trasparenza, dal Dispute Settlement Body (DSB) dell’Organizzazione mondiale del
Commercio.
Anche altri capitoli del trattato prevedono meccanismi di risoluzione delle controversie “Stato verso Stato” interni, che riguardano i singoli capitoli del trattato (regole, prodotti, investimenti, misure non commerciali, sicurezza alimentare e così via), e che permettono a Europa e Giappone di “risolvere i problemi faccia a faccia”, senza passare per il Dispute Settlement Body della WTO, sotto attacco da parte dell’amministrazione statunitense a guida Trump perché accusato di non fare abbastanza gli interessi degli Stati Uniti. Il DSB, infatti, pur presentando anch’esso gravi problematiche democratiche, opera non soltanto risolvendo i singoli confronti tra gli Stati, ma tenendo presente l’equilibrio generale degli scambi tra tutti i membri dell’Organizzazione. Uno sforzo di cooperazione globale che sarebbe necessario continuare ad assicurare, soprattutto in una fase di conflitto commerciale (e non) che sembra dilagare a livello globale.
Il trattato, come TTIP e CETA, va a istituire anche altri 11 comitati che lo gestiscono e possono intervenire a modificarne il testo e il funzionamento, a proprio insindacabile giudizio: 1) comitato per gli scambi di merci; 2) comitato per gli scambi di servizi, 3) comitato per la liberalizzazione degli investimenti e il commercio elettronico; 4) comitato per gli appalti pubblici; 5) comitato per il commercio e lo sviluppo sostenibile; 6) comitato per le misure sanitarie e fitosanitarie; 7) comitato sulle regole di origine e sulle questioni inerenti alle dogane; 8) comitato per la proprietà intellettuale; 9) comitato per la cooperazione regolamentare; 10) comitato per gli ostacoli tecnici agli scambi e 11) comitato per la cooperazione nel settore dell’agricoltura. Oltre ad essi viene introdotto un Gruppo di lavoro sul vino, che lavora sulla parte di facilitazione degli scambi enologici giudicata sensibile. Questi collegi lavorano in assoluta autonomia, con membri tecnici designati da Commissione UE e Governo giapponese, senza alcun controllo parlamentare a livello europeo o nazionale – per quanto riguarda l’Europa – e possono intervenire, in virtù del trattato, su tutte le nostre normative con forza di direttiva senza doversi scomodare a consultare i
Parlamenti nazionali, e tantomeno gli Enti locali, che in questi anni più di altri hanno pagato in burocrazie e consensi le scelte europee.
Il Comitato Misto, a capo del sistema di Comitati, riesamina e monitora l’attuazione e il funzionamento del JEFTA, controlla e coordina, ove opportuno, i lavori di tutti i comitati specializzati, si adopera per risolvere problemi e controversie, ma può anche, con un’autonomia politica inedita per un ente regolatore, “prendere in considerazione qualsiasi altra questione di interesse nell’ambito del JEFTA, eventualmente concordata dai rappresentanti delle Parti”. Esso può istituire o sciogliere comitati specializzati, gruppi di lavoro o altri organismi, determinarne la composizione, le funzioni e i compiti; affidare responsabilità ai comitati specializzati, ai gruppi di lavoro o ad altri organismi; raccomandare alle Parti eventuali modifiche dell’accordo o adottare decisioni per modificarlo. Per cambiarlo, infatti, non ci sarà bisogno di riconvocare Parlamento, Governi e Parti sociali, se mai fosse stato fatto. Con uno scambio di note diplomatiche tra le Parti (Art. 23.2) senza essere sottoposto ad alcun livello politico o parlamentare e senza alcuna trasparenza effettiva, i contenuti del JEFTA possono essere modificati praticamente tutti tranne la struttura: dalle tariffe alle Indicazioni geografiche, dalle caratteristiche della meccanica alle regole d’origine.

Il testo completo del dossier è online al seguente link.

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