Domenica e festivi lavorativi

Domenica e festivi lavorativi: una riflessione di Claudio Bazzocchi

LAVORARE DI DOMENICA? IO MI TENGO L’ORIZZONTE COMUNISTA.
La polemica dei socialdemocratici nostrani – quelli che la sinistra deve tornare a fare la sinistra contro il liberismo – contro Di Maio e la sua idea di chiudere gli esercizi commerciali la domenica, è molto significativa della stato della cultura di sinistra in Italia e nel mondo.

Ebbene, sento snocciolare il seguente argomento: il problema non è il lavoro domenicale, la vera questione è nei diritti di chi lavora e nella loro retribuzione. Inoltre, bisogna venire incontro anche a quei lavoratori che non potendo fare acquisti negli altri giorni della settimana, possono farlo solo di domenica.

Vi dirò: niente di nuovo. Questo è il classico riformismo di sinistra, quello che per decenni si è accomodato nel campo dell’egemonia neoliberale e ha cominciato a spiegare la differenza tra vero riformismo e comunismo ideologico. Accettata l’idea che fosse la sfera economica a decretare i bisogni umani e l’utilità per una società, si trattava di agire in essa per migliorare le condizioni dei più deboli.

La sinistra, con il crollo dell’orizzonte comunista, perse l’idea che la politica dovesse proporre una propria visione di umano, di società, di rapporto tra individui, tra individui e Stato, tra individui e natura. Non si tenne più fermo il principio che tale visione dovesse sottrarsi al calcolo economico, che la democrazia non fosse l’amministrazione degli interessi ma lo spazio in cui costruire, a partire da punti di vista diversi, un equilibrio tra ordine e libertà, tra individuale e collettivo, tra natura e cultura, tra psiche e società.

Ora, venendo al lavoro domenicale, io credo che spetti alle forze politiche una parola, una posizione su quello che fino a qualche tempo fa era un vero e proprio tabù, dettato anche da valori religiosi. E quel divieto cosa ci diceva? Ci diceva che l’essere umano non può coincidere con i consumi, con il godimento degli oggetti, con la soddisfazione di bisogni materiali. Inoltre, la critica comunista del capitalismo diceva anche che quei bisogni erano indotti, erano costruiti dal mercato stesso e dalle macchine, di cui gli esseri umani si avviavano a diventare materia prima (io un’occhiata a «L’uomo è antiquato» di Günther Anders la darei….).

La domenica libera dal lavoro doveva essere il momento della socialità, della contemplazione, della festa. E la festa non doveva essere quella in cui si consumano oggetti, tanto da far dire a pensatori comunisti e cattolici che nella nostra società si stava creando un continuum tra tempo di lavoro in cui si producono oggetti e tempo libero in cui si consumano compulsivamente, continuum in cui la differenza tra lavoratore e persona veniva meno e, con essa, veniva meno persino la possibilità di criticare le condizioni di lavoro e la società stessa.

E la contemplazione e la festa sono i momenti di affermazione dell’umano, del suo essere desiderio di desiderio che non si soddisfa mai con degli oggetti, ma ha bisogno di pensare continuamente l’infinito e di farlo assieme agli altri, da cui non potrà che avere la conferma della sua essenza di vivente finito che può pensare l’infinito. E quei momenti sottratti alla produzione, al calcolo economico, all’utilitarismo fondato sulla produzione capitalistica, chiedevano la democrazia, la partecipazione, il ballo sociale come luoghi in cui elaborare assieme agli altri quel desiderio di infinito, per provare nella socialità democratica un piacere più consono al desiderio di desiderio.

Vorrei dire una cosa, soprattutto a quelli più giovani: il mondo della sinistra italiana ed europea non era solo fatto di ascensori sociali e di diritti. Nel nostro mondo si cresceva avendo in mente l’orizzonte del comunismo. Almeno per me, era appunto un orizzonte e non il sogno di una società perfetta. E il mio riformismo era proprio quello: sognare il massimo della giustizia nel senso più alto, sapendo che nelle cose umane non si può mai dare e, nello stesso tempo, pensare che quella tensione rappresentava una grande forza spirituale e politica per contrastare il capitalismo nella sua immane forza di disumanizzazione.

Il 9 febbraio del 1993, Pietro Ingrao scrisse un bell’articolo sul Manifesto a proposito dell’introduzione del terzo turno di lavoro notturno alla Fiat di Mirafiori. Mi pare che possa dirci ancora molto sulle cose che ho provato a scrivere sopra. Ne riporto alcuni stralci.

«[…]Ho letto sul manifesto che un operaio della FIAT Mirafiori, alla domanda se era disposto ad accettare il turno di notte ha risposto: «Dipende quali sono le condizioni. Io guadagno 1.400 mila lire al mese: se faccio la notte quali contropartite mi da la FIAT»? Può essere che sia questa la risposta da dare. E poi l’operaio potrebbe dirmi: che vuoi da me se mi hai lasciato solo?

[…] ciò che sta entrando in gioco è enorme; e riguarda beni essenziali quanto il pane. Non sto alludendo soltanto al disastro ecologico, cioè ad una minaccia in atto alle condizioni «fisiche» della nostra esistenza; che pure è problema grave. Parlo di altri beni che sono necessari alla nostra esistenza quanto il mangiare: affettività, immaginazione, comunicazione simbolica, linguaggi che vanno oltre la «ragione strumentale». Discutiamo se e quanto questi beni sono indispensabili alla vita dei moderni; e quale è il prezzo che si paga (stiamo pure a questo vocabolario) quando essi vanno perduti. Non si tratta di sfere separate: anzi, nel caso del lavoro notturno, vediamo che l’una invade di prepotenza le altre: le assorbe, le stravolge. E allora non è il caso di rifare i conti, ammesso e non concesso che certe perdite siano misurabili? So che alcuni a Torino dicono: contrattiamo l’accettazione del terzo turno in cambio di una riduzione dell’orario di lavoro. Mettiamo pure che vada così, e che la FIAT ci stia. Dubito che questo risarcirà la rottura del ritmo vitale. E soprattutto penso che una sostanziale riduzione dell’orario di lavoro non sarà raggiunta, se questa rivendicazione non verrà collegata assai più nettamente ad una esaltazione del valore del tempo di vita, non solo come tempo della cura, ma anche io dico – polemicamente – come ozio, nel significato più intenso di questo termine (non dicevano i poeti che la domenica è fatta per pregare?).
So che l’uso di questa parola può apparire, in questo momento, ridicolo. Ma non dobbiamo avere paura di apparire (a taluni) ridicoli, perché la sfida in cui siamo oggi coinvolti è giunta a questi livelli.

Può apparire assurdo un discorso del genere quando centinaia di migliaia di lavoratori e di lavoratori, nella sola Italia, invocano oggi disperatamente di lavorare, mentre altri da altri continenti bussano alle porte: so che essi vedono nella perdita del posto di lavoro non solo un colpo pesante al loro reddito, ma un crollo della loro identità. E il paese stesso teme una grave retrocessione nella gerarchia delle nazioni capaci di reggere ad una competizione produttiva che è divenuta mondiale.

Ma la questione è grande e attuale proprio perché siamo arrivati ad un tale punto, e la stretta è giunta a toccare tali nodi. E questo è ancora più vero se questi problemi hanno raggiunto – come dire? – una loro oggettività. Insomma: quanto più una mossa come quella della FIAT non sia dovuta solo ad una prepotenza di quel padrone; quanto più essa venga presentata come obbligata e «razionale»; tanto più la questione diventa grave e simbolica. Ci sono oggi, a sinistra, voci che sollevano il problema dei rapporti tra rendita finanziaria e mondo della produzione; ed è una questione reale. Ma la giusta lotta alle manovre ed ai privilegi della rendita finanziaria cancella forse il tema, attuale e stringente, delle nuove soglie a cui sta giungendo questa pratica del produrre, e delle conseguenze che ne derivano circa la scala dei beni?

Esistono non solo squilibri tra le monete, e tra la moneta e il produrre. Si stanno determinando terremoti nella relazione tra ambiti vitali, nell’equilibrio tra il «fare produttivo» e un altro «fare», che è anch’esso costitutivo della vita umana.

È strano che di questi squilibri sconvolgenti (da dove sgorga la violenza su cui si versano tante lacrime?) parli anche il Papa romano, e non la sinistra. Naturalmente è significativo anche che ministri della Chiesa romana gridino oggi contro il diritto della donna di essere libera nella sua decisione di concepire; e invece siano rimasti in prevalenza muti quando alle donne di Melfi è stata posta quella scelta ricattatoria tra intimità della vita e lavoro».

Un nostro grande vecchio sapeva dire queste cose un quarto di secolo fa. Certo, era uno bravo, era Pietro Ingrao, e gli capitava spesso di vedere lontano, di essere profetico. Ma questo succedeva non solo perché era bravo, ma perché era un comunista e non aveva paura di essere “ridicolo”.

Ecco, mi verrebbe da dire che tutti coloro che inseguono il proprio desiderio di infinito possono apparire in un primo tempo ridicoli ma, alla lunga, diventano uomini e donne del proprio tempo…

P.S.: l’importante è non leggere i sondaggi e non aver paura di essere minoranza.

P.S.: Quell’articolo di Ingrao, «La Tipo e la notte», dà il titolo a una raccolta di scritti di Pietro Ingrao, edita da Ediesse nel 2013, nella collana “Carte Ingrao”.

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