Il caso Quarto in Campania

Lo scontro di questi giorni tra PD e M5S sul comune di Quarto in Campania mi ha fatto ricordare che qualche anno fa un assessore comunale, parlando durante una pausa del consiglio comunale, mi pose la seguente domanda: “ma ti pare giusto che dopo essere stato eletto consigliere con tanti voti e poi essere diventato assessore, se mi arriva un avviso di garanzia mi devo dimettere e poi se tutto si rivela infondato sono stato politicamente danneggiato?”
Gli rispondevo che per chi vedeva la politica come un percorso individuale poteva essere comprensibile avere questa preoccupazione. Provavo a spiegargli che per chi era invece un percorso collettivo, i partiti organizzati servono proprio ad alleggerire questa preoccupazione, a dimettersi da un incarico quando serve, per l’immagine del partito e per consentire all’indagato di difendersi, sapendo che si può contare su una comunità che ti sostiene moralmente e può riabilitarti in caso di innocenza ridandoti una seconda occasione.
L’assessore mi rispondeva “Seeeee… ma questo vale per voi che siete comunisti e avete ancora un partito”. Succedeva negli anni ruggenti del berlusconismo e dell’antiberlusconismo, delle “toghe rosse” e dei giudici eroi per la sinistra moralista.
Oggi sembra un altro mondo ma quello che sta succedendo a Quarto in Campania ripropone il problema sollevato da quell’assessore. Al di la’ del dibattito strumentale e patetico fra chi ha più inquisiti o incapaci tra PD e M5S, c’è un dato rilevante: sindaco e consiglieri del M5S non accettano di dimettersi.
Il PD organizza la cagnara mediatica per farli dimettere, il M5S abbocca e ordina a rappresentanti del popolo, eletti dai cittadini di Quarto le dimissioni di massa, lo scioglimento del consiglio comunale, il commissariamento e nuove elezioni. Annuncia addirittura che a Quarto il M5S non esiste più e organizza la sua cagnara per chiedere le dimissioni di altri sindaci del PD a sua volta.
Non conosco sindaco e consiglieri del M5S ma sono vittime inconsapevoli di questa Terza repubblica moralista (come il PD che s’indigna in questi giorni) e codardamente demagogica (come il M5S di questi giorni contro i suoi eletti). Eppure sono stati selezionati con i meccanismi della rete.
Eppure a oggi non sono indagati o inquisiti.
Eppure sono anche loro cittadini-portavoce.
Tra un PD che difende e a volte salva gli indagati e il M5S che li scarica senza attenuanti quello che manca è la partecipazione politica da organizzare nei partiti, come prevede anche la Costituzione (finché rimane in vigore), che viene travolta. Rafforzando il carattere leaderistico, massmediatico, demagogico della Terza repubblica di cui PD e M5S sono facce della stessa medaglia.
Un tempo quando i partiti erano organizzati e i loro uomini venivano indagati, si dimettevano dalle cariche pubbliche, non venivano allontanati o espulsi dai loro partiti e continuavano a difendere le loro ragioni personali in sede giudiziaria e quelle politiche in sede pubblica.
Nella Seconda e Terza repubblica, senza partiti organizzati, gli eletti se indagati evitano di dimettersi se possono, vengono allontanati dai partiti o cacciati, difendendosi in ogni modo dai e nei processi giudiziari e mediatici.
Non c’è solidarietà in quella comunità che dovrebbe essere un partito, ecco perché uno teme di perdere la sua carica istituzionale in caso di un’inchiesta, non c’è un collettivo in cui fidarsi l’uno dell’altro e quindi cerca di aggrapparsi ad essa. Perché se ti dimettessi e caso mai avessi ragione nel frattempo non hai un partito o una comunità su cui contare o magari ti scarica in men che non si dica.
È questo il ventre molle della democrazia politica italiana, partorito da Berlusconi, adottato da Renzi e vezzeggiato da Grillo.
Ricordiamocelo, soprattutto a sinistra, quando annunciamo (cosa buona e giusta) di opporci alla distruzione della Costituzione repubblicana.
Ricordiamolo ai poeti delle primarie, ai cantori della democrazia del web, ai celebranti del leader, ai pennivendoli anticasta, ai sostenitori dei movimenti stagionali, agli allergici alle sezioni di partito.

Gianni Porta, 15 gennaio 2016

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