Dopo le elezioni greche

di Vito Messina – 21 settembre 2015

Mi sono volontariamente astenuto da un dibattito, quello scaturito sulle elezioni in Grecia svoltesi ieri, che in Italia ha toccato livelli di deficienza politica cosmica e assenza d’analisi a medio e lungo termine, tra tifoserie rissose, e talora talmente abbagliate dal leader da far impallidire la stessa filosofia juche, e brigate dal “buongiorno” facile.
Ieri in Grecia ha vinto a mani basse il tatcheriano “there is no alternative” aldilà di chi abbia effettivamente vinto le elezioni o di chi si appresti a formare la maggioranza di governo. Hanno vinto l’Unione Europea e l’Euro, ma il popolo greco potrebbe ancora non aver perso.
Certo, il dato del crollo della partecipazione politica dal referendum ad oggi pare essere un dato di malcelata disillusione e il mantenimento sostanziale delle percentuali di gennaio sa di effettiva accettazione della mancanza di alternative credibili.
Il Partito Comunista Greco conserva il suo presidio storico in parlamento, mentre Antarsya e Unione Popolare restano fuori.
La frammentazione della sinstra anticapitalista fa ancora breccia, in quale muro non è dato capirlo, ma si sa, tutto il mondo è paese.
Ma sono i parlamenti, quali quello greco e quelli degli altri stati immersi nell’UE, delle istituzioni tali da permettere di ribaltare i rapporti di forza a favore della sovranità politica ed economica, meglio se esercitata dalla e per conto della classe lavoratrice?
Non è alle faide interne tra scissionisti che bisogna guardare (e noi in Italia ne abbiamo fatto l’unico punto su cui si è stata concentrata la “lotta politica” sin dalla fine del ‘900, mentre il capitale si avviava a vincere, come, complici le organizzazioni sindacali confederali, continua a fare, la battaglia contro il lavoro), non è alla via più breve per tornare in parlamenti sempre più svuotati delle loro prerogative ai danni degli esecutivi cinghie di trasmissione del capitale finanziario, ma all’unità della classe lavoratrice, al riportare l’offensiva nei luoghi di lavoro e nelle piazze.
Sta al popolo e alle sue organizzazioni storiche il portare sul piano politico, il più di massa possibile, l’unica battaglia politica che valga la pena di essere portata avanti: non contro Tsipras o il singolo ministro, ma contro il sistema di cui sono tutt’al più, e magari anche loro malgrado, forse, dei paggetti un po’ più riluttanti di altri.
E questo sistema in Italia e in Europa ha uno strumento di governo che è la moneta unica e delle istituzioni più o meno legittime (e legittimate) che fanno da corollario all’Unione Europea, impacchettando qualsiasi iniziativa politica, sia pure lodevole, ne sia lanciata all’interno. Senza distruggere entrambe non è possibile produrre alcun avanzamento significativo per i diritti, i tempi e gli spazi che la classe lavoratrice ha la necessità storica di riprendersi.
Un’altra Europa non è impossibile: è una mera contraddizione in termini, dentro, e forse anche fuori, la gabbia dell’Unione Europea.

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