10 osservazioni a proposito di comunismo e liberalismo

lavoroBERTINOTTI SE N’E’ GHIUTO
E SOLI CI HA LASCIATO!
Qualche riflessione primitiva ed elementare su quanto ho letto e ascoltato dell’intervento di Bertinotti che sta destando un po di dibattito. Un discorso definito choc dal giornalista di Libero – Franco Bechis – “perché a pronunciarle è l’ultimo dei Mohicani della vecchia sinistra italiana: Fausto Bertinotti, il leader di quella che è stata Rifondazione comunista”.

1
Ultimi mohicani, vecchia sinistra italiana, ma a parte questo (normale per Bechis), meglio essere precisi: Bertinotti e’ stato il leader di Rifondazione comunista, poi come succede nelle storie collettive, i singoli terminano una loro fase e i soggetti collettivi, bene o male, sopravvivono. Ma si sa, per i liberali, gli individui vengono prima di tutto. Finito Bertinotti, finita Rifondazione. Peccato che questa sia ideologia e non la realtà.

2
Bertinotti dice che «Noi tutti siamo con un piede in un mondo che conosciamo e con un piede in un mondo che fuoriesce totalmente dal nostro quadro di conoscenze». […] «L’altra sera stavo con alcuni dei migliori studiosi e scienziati italiani e con qualche brivido ho sentito dire che beh, insomma, non è ormai così fuori dalla portata potere progettare un essere umano e stabilire se debba avere occhi azzurri piuttosto che scuri con una taglia piuttosto che un’altra. Insomma, grosso modo come si comprerebbe un vestito…».

Appunto, come si comprerebbe un vestito… e questo lapsus del pensiero e’ rivelatore. Se oggi esistono, o esisteranno nel prossimo domani, tecniche e saperi in grado di fare tutto ciò, qual e’ la partita?
Lasciamo ai neoliberali la scena? O costruiamo un controllo sociale collettivo e democratico su questa forza della società? O ci spaventiamo della difficoltà perchè magari il primo liberale ci accuserà di voler imporre divieti oppure di voler ricondurre tutto nell’alveo dello Stato, lasciando che invece tutto rimanga nelle mani delle corporations?

3
Bertinotti «chiede una rifondazione delle grandi visioni del mondo. La sinistra che io ho conosciuto, quella della lotta per l’eguaglianza degli uomini, quella che chiedeva ai proletari di tutto il mondo di unirsi, è finita con una sconfitta. Io appartenevo a questo mondo”.

Mi e’ concesso un tono più leggero?
Bertinotti ha iniziato parlando di rifondazione del comunismo, poi di rifondazione della sinistra, ora delle grandi visioni del mondo. Diciamo che e’ compulsivamente legato al concetto di “rifondazione”, importa relativamente di che cosa, basta che si rifondi. Vent’anni fa il comunismo, ieri la sinistra, oggi le grandi visioni, domani? Aspettiamo ansiosi la prossima rifondazione.
Per essere meno leggeri: e’ inaccettabile un certo discorso di persone di sinistra che hanno vissuto la loro vita, fatto le loro lotte sacrosante, avuto successi e insuccessi e poi, a un certo punto, ti dicono e dicono ai piu’ giovani, basta, stop, e’ finito il tempo delle rivoluzioni, il mondo e’ cambiato, ci abbiamo gia’ provato noi. A volte e’ presente in maniera urtante in chi ha vissuto il ’68 e i ’70, in modo trasversale – non tutti per fortuna – sia in chi ha saltato il fosso passando a destra sia in chi e’ rimasto un sincero democratico. Sembra quasi che la storia sia finita e debba finire con la loro rivoluzione, piu’ o meno riuscita. Sara’ per questo che le loro memorie ricevono spazio e recensioni, forse perche’ servono a depotenziare ogni nuovo sussulto odierno?

4
Riferendosi alla storia del movimento operaio, Bertinotti dice che “Questo mondo è stato sconfitto dalla falsificazione della sua tesi (l’Unione sovietica) e da un cambiamento della scena del mondo che possiamo chiamare globalizzazione e capitalismo finanziario globale”.

Qua e’ facile, basta rinviare al Bertinotti di dieci anni fa che sosteneva fosse improprio e scorretto assimilare comunismo e Urss, comunismo e stalinismo. Ma forse oggi non gli basta piu’. E’ vero la scena e’ cambiata, la sconfitta dell’89 e’ stata pesante, ma come avviene da allora, c’e’ chi abbandona il campo della ricerca dell’alternativa di societa’ e invece chi prova a riorganizzarsi. Io sto con i secondi. Ci sono stati, ci sono e ci saranno errori. Per dirla con Beckett: “Ho provato, ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio”.
Un assalto al cielo fallito non elimina le ragioni e le ingiustizie per cui lo si e’ provato e per cui vale la pena ritentare.
Non vedo perche’ un cristiano ha continuato e continua a esserlo dopo le crociate, un cattolico dopo l’Inquisizione, un liberale dopo il colonialismo e i suoi genocidi, e un comunista merita altro metro di giudizio. Qualcuno dira’: ma bisogna storicizzare. Bene! Qualcun altro: ma bisogna relativizzare. Bravo! Non chiediamo di meglio noi comunisti, visto che da vent’anni con il revisionismo di destra ci “scassate i cabasisi” con i fascismi al plurale, per mitigarne qualcuno e relativizzarlo, mentre il comunismo e’ sempre e soltanto uno.

5
Ancora Bertinotti afferma: «Io penso che la cultura liberale – che è stata attenta più di me e della mia cultura all’individuo, alla difesa dei diritti dell’individuo e della persona contro il potere economico e contro lo Stato – è oggi indispensabile per intraprendere il nuovo cammino di liberazione».

Lo schematismo unilaterale e’ impressionante, ci sono i buoni e i cattivi quasi quasi, non esiste dialettica nel ragionamento di Bertinotti, un dato ricorrente nella sua assenza e ricostruibile nella storia del suo pensiero, almeno come segretario di Rifondazione. Un pensiero fatto di innamoramento, intuizioni fulminanti a cui assecondare e subordinare tutto il resto.
Oggi la nuova stella polare e’ la cultura liberale. Intendiamoci, non che non ci siano elementi di progresso in questa cultura, elementi imprescindibili ma un conto e’ assumerli all’interno di un mio sistema di riferimento un conto e’ assumere in blocco la cultura liberale. E quale liberalismo? Locke, Tocqueville, Mill, Gobetti, Einaudi, Hayek, o i Chicago boys a voler essere provocatori?

6
Ancora Bertinotti: «Faccio fatica a dirlo. Ma io appartengo a una cultura che ha pensato che si potessero comprimere – almeno per un certo periodo – i diritti individuali in nome di una causa di liberazione. Abbiamo pensato che se per un certo periodo era necessario mettere la mordacchia al dissenso, eh, beh… ragazzi, c’era la rivoluzione».

Quante volte ho sentito, anche da Bertinotti, dire che il Novecento e’ stato, tra le altre cose, il secolo delle guerre, dei conflitti, del progresso e delle rivoluzioni. Ci sara’ mica stato un legame tra queste cose? Magari si’, magari la rivoluzione (o le guerre di liberazione, le resistenze, le lotte anticoloniali) non potevano essere un pranzo di gala.
Ma detto questo, rimane un problema reale sul tappeto, e cioe’ non tanto le violazioni dei diritti umani e degli individui (che tante ne sono avvenute e ne avvengono sia nel “civile” Occidente liberale sia nel resto del mondo), quanto le difficolta’ e poi i fallimenti di alcuni tentativi di costruzione socialista di una diversa societa’ che avrebbe poi dovuto assicurare anche i diritti liberali, ma che invece non e’ riuscita ad assicurare i piu’ nuovi diritti socialisti.
Sul tema pero’ alcune precisazioni:
a) tuttora ci sono in corso a vario titolo esperienze nel mondo di costruzione di societa’ diverse da quelle dell’Occidente capitalistico;
b) evitiamo il rischio di guardare tutto dalla nostra ottica geografica;
c) evitiamo, quando parliamo di storia delle societa’, di usare il metro dei tempi solo con le misure degli anni o dei decenni (il capitalismo, diciamo cosi’, ha almeno 4-5 secoli di vita, il socialismo e’ una creatura piu’ giovane, e ultimamente un po’ cagionevole).

7
Verso la fine, Bertinotti continua: «La mia storia ha pensato che si potesse comprimere le libertà personali. L’intellettualità europea fra il 1945 e il 1950 è stata tutta comunista. Jean Paul Satre, Andrè Gide, Albert Camus per parlare dei francesi. In Italia tutti, proprio tutti: i registi del neorealismo, i principali cattedratici italiani, i grandi scrittori, le case editrici. Erano tutti comunisti. E adesso non mi dite per favore che non si sapeva niente di cosa accadeva in Unione Sovietica, e che bisognava attendere il 1956 o Praga!».

Sembra quasi di risentire il Veltroni del 2000, quello che ” comunismo e liberta’ sono incompatibili…”, quello contro cui Bertinotti tenne un bel comizio nella classica manifestazione autunnale di Rifondazione comunista a Roma, la prima a cui presi parte. Detto questo, il punto sconvolgente e da spiegare, scientificamente e politicamente, non certo con grandi tirate moralistiche fuori tempo massimo del resto, e’ proprio questo: se questo fior fiore di intellettualita’ che tanto ha dato all’umanita’, sapeva e quindi, in parte o integralmente, accettava e legittimava all’epoca, che spiegazione ne diamo? Erano dei sadici, o dei cinici, o degli insensibili? Erano demoniaci e angelici allo stesso tempo? O erano semplicemente impegnati da una parte della barricata? O c’e’ ancora un’altra spiegazione?

8
E verso la fine: «Io penso che la cultura liberale ha in maniera feconda scoperto prima, poi difeso e rivalutato il diritto individuale come incomprimibile. Se io oggi dovessi riprendere il mio cammino politico vorrei mettere nel mio bagaglio oltre a quel che c’è di meglio della mia tradizione, sia pure rivisitata molto criticamente, ma soprattutto ciò che viene portato dalla tradizione liberale e da quella cattolica».

Piu’ che un’osservazione, un auspicio: auguri di buon ritorno ma che le strade siano nette e distinte: troppe rifondazioni delle rifondazioni, troppi “partire senza partito”, troppi bib bang non ci han portato a grandi risultati ultimamente…

9
A proposito di sindacato: «ll sindacato in Italia ha subito una mutazione genetica» […] «È diventato un pezzo dello Stato sociale. Da 20 anni ormai ha smesso di avere una capacità rivendicativa autonoma, e si è messo a sedere ai tavoli di concertazione con governo e imprenditori». […] «Nel 1975 i salari italiani erano i più alti di Europa. Più alti di quelli che c’erano in Germania: un operaio di Mirafiori prendeva di più di un operaio della Volskwagen, e la Fiat faceva 2 milioni di automobili. Oggi i salari italiani sono fra i più bassi di Europa. Qualcosa evidentemente non ha funzionato, e il sindacato è parte di questo qualcosa. Ha scelto sempre il male minore. Ma soprattutto ha scambiato la difesa dei lavoratori con un riconoscimento crescente del suo ruolo istituzionale. Hanno fatto meno contratti e sono andati più volte a palazzo Chigi». […] «Ora arriva Matteo Renzi che ti cancella e il sindacato non ha più armi per difendersi. Perché nel frattempo sono i lavoratori a non riconoscerti più come prima. Avresti dovuto rinunciare tu al sovrappiù di permessi sindacali nel pubblico impiego, non fartelo imporre. Un sindacato così è un sindacato disarmato, che prima o poi si fa irretire nella rete del potere».

Analisi sul ruolo del sindacato che sottoscrivo totalmente. Del resto, la sacrosanta rottura di Rifondazione comunista con il primo governo Prodi avvenne sulla mancata redistribuzione non solo delle ore di lavoro (le 35 ore settimanali per lavorare meno, lavorare tutti) ma dei sacrifici imposti per entrare nell’euro (se per miracolo Prodi ci avesse dato ascolto…, oggi sarebbe un’altra storia).
Ma mi viene una domanda: non sara’ che nel 1975 quegli operai italiani erano piu’ forti, e i loro salari piu’ alti, perche’ i sindacati avevano un ruolo di rivendicazione dura e di lotta (e magari non badavano tanto al rispetto liberale dei diritti e delle liberta’ individuali in occasioni di picchetti e scioperi)?
E non sara’ che erano autonomi quei sindacati perche’ c’erano grandi organizzazioni poIitiche di massa che lottavano per la trasformazione e il superamento della societa’ capitalistica, non solo per il miglioramento delle condizioni di lavoro?
E’ non sara’ che quelle forze erano tali anche perche’ avevano un’altra visione del mondo, un’altra costellazione di valori rispetto a quella liberale e cattolica (da cui comunque si possono trarre elementi di progresso e di utilita’ nel rafforzamento del proprio progetto)?

10
In tanti, giustamente, hanno ricordato quest’anno il trentennale della morte di un comunista italiano, Enrico Berlinguer.
Pochi, ingiustamente, hanno ricordato il cinquantennale della morte di un altro grande comunista italiano, Palmiro Togliatti.
Leggendo e ascoltando stralci dell’intervento di Bertinotti mi e’ tornato in mente l’articolo di Togliatti che chiude la polemica con Vittorini, firmato con lo pseudonimo Roderigo di Castiglia e uscito su Rinascita nel 1951.
Alcuni passaggi sono folgoranti per la loro attualita’ sui temi sollevati da Bertinotti. Qualche esempio? A voi:

“La gente comune, quando ritiene di esser comunista, s’iscrive. Non è un eroismo, non é un rito, e non è nemmeno un sacrificio. E’ l’adesione a una milizia politica e sociale; è l’apporto a questa milizia della attività della propria persona, attività materiale e attività ideale, contributo di opere e contributo di idee, nella misura che a ciascuno è concesso. Chiunque si iscrive e milita, dà al partito e al movimento comunista qualche cosa.”

“Vi sono intellettuali che, quando aderiscono al partito, pensano di doverne essere per natura i dirigenti, chiamati ad elaborare le parti più elevate della dottrina. Si sbagliano senza dubbio, perché la nostra dottrina sgorga non soltanto da una oramai secolare elaborazione di idee, ma sgorga da una esperienza, che ha per più di un secolo accompagnato, sorretto, corretto il corso e progresso delle idee. Solo dopo una adesione e penetrazione profonda, che abbia come punto di partenza, come in tutte le cose serie, anche la modestia, il contributo personale è possibile. Quello che da un intellettuale però si ha ragione di pretendere sin dall’inizio è una certa qualità del ragionare, soprattutto se si pretende, come sembra che in questo caso si pretenda, alla buona fede.”

“Qui si apre il capitolo più triste. Se fosse stato zitto, certo nelle nostre file, dove grande è il prestigio di quel lusinghiero appellativo di «intellettuale», quanti profondi pensieri, fonti di recondite crisi dell’animo, gli si sarebbero attribuite. Ma ha parlato, e che desolazione! Era venuto con noi, dice, perché credeva fossimo liberali: invece siamo comunisti. Ma perchè non farselo spiegare prima? Sembravamo liberali, aggiunge, perchè combattevamo contro il fascismo. Ma se i liberali son proprio sempre e dappertutto stati quelli che al fascismo hanno tenuto la scala! O vogliam parlare in termini non di stretta politica, ma più larghi? Vi è un progresso della libertà nel mondo, lento, faticoso, al quale non vi è dubbio che molte e diverse classi e idee hanno dato un contributo, riuscendo ciascuna, in un momento di ascesa e progresso, a spezzare una parte delle catene che avvincono gli uomini, salvo poi a tornare indietro e fare la parte opposta, in molti casi. Noi ci inseriamo in questo processo come la forza più decisamente liberatrice, perchè é il mondo stesso della produzione, da cui sono sgorgate sempre, e nei fatti e nelle idee, tutte le negazioni della libertà, che sottoponiamo alla volontà ordinatrice degli uomini organizzati in collettività produttiva. Per questo si accostano e fondono, nel movimento nostro, lotta per la libertà e lotta per la giustizia sociale.”

Gianni Porta – 2 settembre 2014

Una risposta

  1. Seby Midolo ha detto:

    Per rilanciare il progetto del Socialismo reale, della rivoluzione, del cambiamento, del rovescio del malato sistema capitalista, occorre anche evitare di ripetere i soliti dogmi e le consuete “liturgie”; al contrario, bisogna innanzitutto compiere una analisi critica e profonda del nostro passato, purchè tale analisi non sia liquidatoria (cosa che già hanno fatto e continuano a fare in molti, anche tra coloro che si professano Comunisti), dato che non è possibile cancellare decenni di storia che hanno fortemente influenzato gli eventi del secolo da poco concluso.

    Come è stato liquidato il Socialismo reale durante la “monarchia bertinottiana”? In occasione di un convegno tenutosi a Livorno intorno alla prima metà degli anni ’90, Bertinotti presentò un temino ginnasiale in cui cancellò l’intera storia del ‘900.
    Togliatti – che pur essendo stato leninista ebbe le sue responsabilità sia sul revisionismo storico relativamente al movimento Comunista in Italia, sia sulla stessa demolizione Comunista nel nostro Stato – aveva affrontato la stessa questione in modo eccellente nel memoriale di Jalta.
    Le sue risposte, per quanto revisioniste, sono da considerarsi profonde ed ancora attuali, notevolmente differenti dal suddetto temino ginnasiale attraverso il quale Bertinotti e i suoi complici hanno dato fuoco al Comunismo, finendo così per ricadere in una ambigua e generica moderazione di sinistra che oggi si colloca al fianco delle potenze mondiali NATO, come lo stesso Tsipras ha dichiarato pubblicamente in una intervista televisiva.

    E’ possibile avviare un’analisi critica (anche se non esaustiva, perchè non del tutto storicizzata) sul Comunismo realizzato, che si pone il problema del mancato sviluppo delle forze produttive da parte della democrazia Comunista.
    Il problema non è banale e non può essere spiegato con superficialità, bensì va approfondito, per via della sua vastità, ma anche per via del fatto che la storia va letta tramite il metodo scientifico marxista: la storia del Comunismo non deve essere liquidatoria, ma deve servire a ricostruire un pensiero attuale partendo dalla nostra gloriosa storia: una storia vasta, che resiste agli incessanti tentativi di demonizzazione da parte delle classi dominanti.
    Nessun Comunista può e deve dimenticare la Rivoluzione d’Ottobre, la vittoria dell’Armata Rossa sul Nazional Socialismo, la Rivoluzione Cinese, la Rivoluzione Vietnamita, la Rivoluzione Cubana. Nessuno può e potrà mai dimenticarle!
    Il Comunismo ha il merito di aver contribuito ad una espansione universale dei Valori del Socialismo reale: questi fervidi Ideali hanno avuto la forza di infondere nelle masse proletarie la politicizzazione necessaria alla liberazione di interi continenti e di interi Popoli!
    Non si deve quindi essere nè revisionisti o liquidazionisti, nè teorici, ma semplicemente Comunisti: occorre leggere e studiare, come il Compagno Gramsci ci raccomandò.

    Analizziamo il Socialismo reale dell’URSS (o se preferite il Comunismo, cioè il paradiso terrestre creato dal Compagno Segretario Stalin). Perchè in Unione Sovietica si costruivano poche merci leggere, ma parecchie merci pesanti? Perchè il popolo in Unione Sovietica non poteva possedere una lavatrice o un qualsiasi altro elettrodomestico?
    In Italia negli anni ’60 si verificò un boom nella produzione delle merci leggere e, con la diffusione della lavatrice anche nel nostro Stato, le donne vennero liberate da un faticoso e ripetuto adempimento (scrivo “le donne” perchè negli anni ’60, il lavaggio dei panni spettava esclusivamente ad esse). L’avvento della lavatrice ha contribuito alla liberazione delle donne, ma in URSS questo non avvenne perchè occorreva investire obbligatoriamente sulla fabbricazione di merci pesanti (trattori, carri armati, armi): tale scelta produttiva fu naturalmente operata anche in funzione di fornire supporto all’intero “movimento industriale mondiale”.
    Che Guevara – con un’affermazione semplicistica dei fatti – sostenne che le armi non erano merci, ma occorre ricordare che l’Unione Sovietica regalava le armi a tutti i Popoli oppressi e forniva aiuto a tutti i Partiti Comunisti ed Operai del mondo, dissanguando le proprie finanze e rinunciando alla fabbricazione di merci leggere per il Popolo sovietico.

    Ci sono elementi di grande attualità da poter analizzare relativamente alla condizione politica ed economica generale. Se si affronta la questione della mondializzazione cambiandone analisi e terminologia, la responsabilità non è della mondializzazione, bensì della violenta competizione globale imposta dai poli imperialisti (USA, Israele, Unione Europea) per accaparrarsi i mercati! Questo è il vero punto da analizzare: una feroce competizione imperialista che vede come propri naturali nemici i nuovi Stati emergenti tipicamente indicati con la sigla BRICS, vere e proprie potenze mondiali coinvolte nei progetti UEE, ALBA e SCO.

    Analizziamo l’Unione Europea (UE) dei banchieri: non è altro che il capitale, il grande capitale nazionale transeuropeo che si è unito utilizzando in maniera meschina le false istituzioni democratiche dell’UE, dapprima in modo da accreditarsi come nuovo grande polo imperialista al servizio degli USA, in seguito per competere con USA ed Israele nella conquista dei mercati mondiali.
    Questo polo imperialista/capitalista/neoliberista che si è formato e che si espande verso l’Est pensa di accaparrarsi i mercati abbattendo il costo delle merci (un esempio limpido sono i costi dell’elettronica digitale contenuta nei superflui dispositivi che il consumismo impone), ma c’è un punto che merita una profonda ed attenta analisi: come si abbatte il costo delle merci? Certamente abbattendo i salari, i diritti dei Lavoratori e lo Stato Sociale!
    L’UE delle banche abbatte e demolisce la Costituzione interna e la democrazia di ogni singolo Stato che entra nell’inferno dell’Unione stessa, elimina la politica e le decisioni del governo di ogni Stato membro e, al posto dei politici, colloca gli uomini della Banca Centrale Europea (gli esempi più eclatanti li abbiamo visti in Grecia con Lucas Papademos ed in Italia con Barbara Spinelli, moglie di Tommaso Padoa-Schioppa).

    Lenin spiega benissimo quello che avverrà durante l’implosione del malato sistema capitalista: la fase moderna del capitalismo è segnata da una profonda contraddizione intercapitalistica, cioè dalla lotta tra i tre poli capitalisti di cui si è detto sopra, che ovviamente coesistono; nello stesso tempo, però, ognuno di essi cerca di accaparrarsi una maggiore fetta di mercato a discapito degli altri due.
    Dentro l’Europa delle banche questo fenomeno si vede palesemente: ad esempio, si pensi all’egemonia tedesca sull’intera Unione Europea, oppure all’asse franco-tedesco quale alleanza di aggressione imperialista ai danni dei Popoli liberi. Oggi vediamo chiaramente un’Europa capitalista e “germanizzata”: ciò che il Terzo Reich non riuscì a compiere sotto il comando di Hitler, oggi i Popoli lo subiscono dal comando della Merkel!
    Oggi il denaro ha molto più potere dei carri armati, infatti possiamo considerare l’attuale Europa dei banchieri come “controllata” dai carri armati tedeschi, dalle loro Panzer-Division sparse su tutti i territori assoggettati dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale.
    Ci ricordiamo tutti l’esito delle elezioni in Grecia che vedevano l’avanzata del KKE al 40% (risultato modificato dal capitalismo dell’UE e dalla Merkel).
    L’Unione Europea è dunque un’organizzazione che, pur di imporsi come capitale europeo e come polo capitalista ed imperialista per accaparrarsi i mercati, massacra i Popoli liberi.

    Ricordiamo la lunga intervista rilasciata al Financial Times da Mario Draghi, ex governatore della Banca d’Italia ed attuale presidente della Banca Centrale Europea: un’intervista dai contenuti orribili, che mette paura per le asserzioni in essa contenute e mette paura nella sua essenza stessa. Mario Draghi dice chiaramente che l’Europa che conoscevamo un tempo, quella che prevedeva lo Stato Sociale, è morta e sepolta, finita per sempre e non tornerà mai più nell’Europa della BCE.
    Lo scenario che ci aspetta è tutta un’altra cosa: è l’Europa dei capitalisti, l’Europa nella quali gli Stati sovrani vengono demoliti, anche grazie alla messa in pratica delle ricette massoniche, con le quali il grande capitale economico e finanziario della UE convive. Quella che ci attende sarà l’Europa dei licenziamenti, della miseria, del lavoro precario, della distruzione della Pubblica istruzione, della sanità Pubblica e dei servizi televisivi Pubblici.

    Occorre soffermarsi su chi nello Stato italiano incarna il progetto della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale, collaborando attivamente con i signori della guerra imperialisti di stampo statunitense e sionista: la persona che attualmente in Italia tutela gli interessi dei capitalisti è Matteo Renzi, sostenuto da tutti gli attuali partiti politici presenti nel Parlamento italiano, uniti in un unico “governissimo” al servizio dei banchieri.

    Nella prima Repubblica abbiamo avuto una classe dominante dalla natura cattolica e conservatrice, non liberista, ma soprattutto abbiamo avuto il più grande partito Comunista dell'”occidente” che non fosse al governo e che, nella lotta contro i democristiani, ha saputo conquistare lo Stato Sociale e lo statuto dei Lavoratori, con il supporto di una grande CGIL (ovviamente mi riferisco a quella guidata dapprima da Giuseppe Di Vittorio ed in seguito da pochi altri). Il P.C.I. e quella CGIL hanno svolto un lavoro enorme che fondamentalmente portò alla nascita di un’Italia socialdemocratica, che purtroppo oggi non esiste più.

    Alla Prima Repubblica è seguito il ventennio del berlusconismo voluto dagli USA, che ha tentato di trasformare completamente lo Stato italiano in uno Stato liberista servo della BCE, ma fortunatamente c’è riuscito soltanto parzialmente, dato che non è arrivato a completare la mansione politico-economica per la quale era stato creato dalle regie estere che operano sull’Italia.
    Il successivo governo Monti, al contrario, è stato molto più violento ed aggressivo e, appena insediatosi, ha prefigurato un repentino cambiamento di marcia. La situazione politica italiana ha continuato a degenerare con i governi Letta e con l’attuale governo Renzi.
    In particolare quest’ultimo rappresenta una terza fase, quella di un liberismo strutturato, quindi una fase particolarmente pericolosa e drammatica (oltre ad essere terribilmente inquietante). Abbiamo assistito all’estromissione del sindacato FIOM da parte della FIAT perchè non si è piegato al volere dei padroni e non ha firmato il contratto che hanno invece firmato i consociati CGIL, CISL e UIL. La FIOM è stata letteralmente buttata fuori: un episodio unico che nello Stato italiano non era mai accaduto dai tempi del dopoguerra.

    Se sul piano sociale la BCE e il governo Renzi strutturano in chiave iperliberista lo Stato italiano, sul piano politico accade già da alcuni anni che la Banca Centrale Europea, l’Unione Europea, gli USA, la NATO ed Israele cercano il proprio partito di riferimento in Italia.
    Questo partito non è più il PDL, ma il PD di Matteo Renzi, servo di tutti i padroni e nemico delle masse proletarie. L’attuale PD è un partito politico filo-atlantico, cattolico, vaticanista, liberale e liberista, subordinato alla NATO e agli USA, ai poteri forti internazionali, alle lobbies, alla massoneria ed alla mafia.
    In Italia il PD distrugge le pensioni e lo Stato Sociale, ma nello stesso tempo permette che il Vaticano rimanga totalmente esente da tasse sulle innumerevoli attività di lucro svolte sul territorio italiano.

    Da non trascurare la pericolosa avanzata delle destre neo-fasciste in Europa e la soldataglia mercenaria nazifascista che, al soldo della CIA, ha consegnato l’Ucraina libera all’Unione Europea. Un quadro veramente drammatico nel quale i Comunisti devono operare una scelta di carattere, così come già fanno ed hanno fatto i Compagni di tutti i Partiti Comunisti ed Operai dell’intero pianeta, schierandosi con Putin e con la Cina.

    I veri Comunisti hanno nel proprio DNA l’unità: senza tale concezione non si può essere leninisti/gramsciani.
    Nell’era post-fascista, Stalin, Dimitrov ed altri, posero la questione dei “fronti popolari”: la parola d’ordine era l’Unità Comunista a carattere mondiale (Pietro Secchia insegna!). Alcuni anni prima, Antonio Gramsci fondò il proprio giornale Comunista e non a caso lo denominò “L’Unità”.
    Il fisiologico compito di noi Comunisti è quello di impedire che il sistema capitalista prosegua la propria azione di massacro dei Popoli, lottando ed opponendoci concretamente ad esso con l’unica alternativa scientificamente praticabile: l’attuazione del Socialismo reale.

    In Italia i Comunisti dobbiamo essere il cuore di un polo attivo che tuteli la classe operaia e distrugga il capitalismo. Noi Comunisti, per la nostra storia, la nostra cultura e la scienza marxista che ci contraddistingue, abbiamo la consapevolezza di poter disporre degli strumenti necessari per divenire una concreta opposizione al malato sistema capitalista.
    E’ fondamentale la costruzione del Partito Comunista in Italia: esso deve essere il cuore della politica italiana, nonchè la tutela dei deboli, dei disoccupati, dei precari, dei Lavoratori, dei pensionati e degli studenti. E quale potrebbe essere la collocazione di un partito comunista in Italia, se non al fianco della Russia anti-imperialista governata dal già Colonnello del KGB Vladimir Putin e della Cina Socialista governata dal Partito Comunista Cinese?

    Chi oggi si pone in chiave revisionista contro i blocchi Comunisti/anti-imperialisti/anti-capitalisti (costituiti da ALBA, UEE, BRICS e SCO) si assume davanti al mondo una responsabilità gravissima e si pone quale servo dei padroni, dei signori della guerra, degli imperialisti, dei capitalisti, dei vaticanisti, della massoneria e della mafia.

    Seby Midolo

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: