Matteo, Piero e gli 80 euro…

lavoroE si questa volta anche noi ci siamo fatti prendere da un titolo ad effetto, quelli che tanto di moda vanno sui social network e che convincono a condividere un articolo senza neanche leggerlo. Non è questo il nostro intento, ma ora che abbiamo catturato la vostra attenzione, forse, non vogliamo indugiare oltre ma vogliamo spiegarci meglio.

Non siamo stupidi ma sopratutto non viviamo fuori dal mondo e sappiamo bene che 80 euro in più in busta paga sono importantissimi per arrivare alla famosa quarta settimana. Ma niente è gratis in questo sistema economico.

Cominciamo col dire che non per tutti i lavoratori si tratterà di 80€ mensili visto che ci saranno delle differenze e che l’importo del bonus fiscale varierà in base al reddito, anche se oggettivamente nonostante la poca chiarezza il provvedimento è studiato abbastanza bene per ridare fiato a quella fascia di reddito che ha una maggiore propensione alla spesa.

Ma è chiaro che in un paese con una disoccupazione spaventosa, un numero considerevole di pensionati e un numero di precari crescente che va ad infoltire le fila dei cosiddetti “incapienti”, che la portata del provvedimento è meno massiccia di quanto si possa pensare.

Il provvedimento in se però andrebbe nella direzione giusta se non fosse inserito in un clima politico assolutamente sfavorevole per i lavoratori, clima che con gli ultimi tre governi è diventato ancora più pesante per chi ha un posto di lavoro e per chi ne è in cerca.

Il problema rimane quello delle coperture perché se con una mano si da conl’altra si prende.

L ‘annunciata spending review di tradurrà un ulteriore riduzione del perimetro pubblico, facendo cassa su trasporti, energia, municipalizzate.

Quello che ci preme evidenziare in questo articolo però è il prezzo che i lavoratori stanno pagando in questo clima di guerra al lavoro ed ai lavoratori. Sono anni che il cavallo di battaglia dei padroni e della triplice sindacale è “stranamente” comune, si parlo solo e soltanto di cuneo fiscale, di riduzione delle tasse sul lavoro “dimenticando” colpevolmente l’attacco pesante del capitalismo ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. I provvedimenti sul lavoro degli ultimi 20 anni non hanno colpito solo il potere d’acquisto dei lavoratori ma hanno annullato i diritti sociali frutto di decenni di lotte operaie e bracciantili. Quello che interessa è solo ed esclusivamente quello ridare fiato ai consumi, mutuando una pezzo dei CSI, quello che vogliono è il “produci, consuma, crepa” .Ad onor del vero, questo è interesse solo di una parte del capitalismo italiano quello ancora che ottiene profitto della produzione e non dalla finanziarizzazione dell’economia, ma evitiamo di andare fuori traccia.

I questi giorni nel bel mezzo delle festività pasquali e dei due ponti del 25 aprile e del 1° maggio assistiamo dopo anni di relativa tranquillità al primo sciopero dei lavoratori del commercio a difesa del diritto al riposo. E’ un momento importante perchè assistiamo dopo tanti anni per la prima volta a scioperi e vertenze che non puntano solo ad aumenti salariali ma a ribaltare l’equilibrio tra il tempo de lavoro e quello del riposo (dell’ozio si sarebbe parlato qualche decennio fa) e della vita sociale e famigliare.

Quello che rivendicano i lavoratori del commercio è la necessità di riposare e avere una vita sociale, elementi che differenziano gli uomini dalle macchine e permettono di vivere una vita dignitosa liberando il lavoratori dalla spirale del “produci, consuma crepa”.

La portata di questi scioperi è importantissima alla luce del fatto che intere generazioni sono state formate a partire della “nuova” università venuta fuori dalle riforme dell’università a partire dal 96 in poi a vivere ed accettare ritmi di studio e di frequenza delle lezioni sempre più serrati che hanno di fatto ridotto al lumicino la formazione negli ambienti universitari dell’attivismo politico e associativo che aveva alimentalo le lotte studentesche dalla fine degli anni 60 in poi.

I lavoratori del commercio sono assolutamente i più colpiti dalla deregolamentazione totale dell’orario di lavoro che le varie “riforme” del lavoro hanno favorito ma il problema dell’orario del lavoro è un problema che coinvolge tutti le categorie e tutti i lavoratori subordinati e precari.

Dalla piccola e media azienda della meccanica dove le otto ore giornaliere e le 40 settimanali sono un miraggio, passando agli insegnanti delle scuole primarie diventati dei veri e propri compilatori di “carte” e sempre meno educatori grazie al subdolo e quasi impercettibile ingresso dei privati nella scuola pubblica fino ad arrivare all’auto sfruttamento dei lavoratori del terzo settore, settore che ha un peso specifico sempre maggiore visto il progressivo e inesorabile abbandono del pubblico dei settori dell’assistenza alla marginalità sociale.

L’assoluta complicità del sindacalismo confederale, con l’unica eccezione della FIOM, dal 92 in poi con il cosiddetto accordi di natale e con l’inizio della tragica stagione della Concertazione ha favorito i processi di indebolimento della classe lavoratrice limitandosi, nei casi migliori, a rivendicazioni salariali che oltre a spostare l’attenzione della progressiva distruzione dei diritti dei lavoratori hanno allontanato il sindacato da chi veniva investito dal ciclone della precarietà generato dalle riforme Treu e Biagi.

Tornando ai giorni oggi e al caro Matteo il miraggio degli 80€,di cui ancora oggi non si sa molto su come materialmente verrà percepito, sta di fatto oscurando le assurdità del cosiddetto JOB ACT. In verità entrambi i provvedimenti sono poco chiari e fumosi, ma nel caso del Job Act i provvedimenti sul tempo determinato e sull’apprendistato sono chiarissimi e rendono bene l’idea della continuità di questo governo con i precedenti e della portata che questo nuovo attacco padronale sta portano ai diritti dei lavoratori. Proviamo a riassumere i due provvedimenti:

L’apprendistato:

Per gli apprendisti la paga base sarà pari al 35% della retribuzione. Questa assurdità di aggiunge alla possibilità che i datori di lavoro avevano già con la vecchia norma di sotto-inquadrare di due livelli l’apprendista

Il Contratto a Termine.

Il Job Act introduce il principio dell’ acausalità per cui ora il contratto a termine potrà essere sempre posto in essere senza essere legato ad un esigenza concreta e temporanea come succedeva in passato.

Cambia completamente la logica del contratto a termine non è più l’eccezione ma la regola!!!

E’ questa la risposta del decreto alla disoccupazione dilagante, maggior precarietà per tutti!

Va nella stessa direzione l’ulteriore previsione,del decreto, di possibilità di proroga del contratto a termine fino a cinque volte nell’arco dei tre anni.

Precedentemente era possibile solo una proroga!

Ma un’altra ombra incombe sui lavoratori il cosiddetto contratto di inserimento formativo già previsto dalla legge delega per cui per i primi tre anni i lavoratori rimarrebbero privi della tutela dell’art 18. ( quello che ne rimane dopo la legge Fornero).

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